ITALIA PERBENE

Saro Trovato

Rosario Livatino, il “Giudice Ragazzino”, un eroe dei nostri tempi simbolo della lotta alla Mafia

Rosario Livatino, il “Giudice Ragazzino”, un eroe dei nostri tempi simbolo della lotta alla Mafia

Perdere la vita a soli 38 anni per difendere i cittadini dalla Mafia. Decidere di impegnare la propria vita per far vincere la legalità e il senso civico, contro le prevaricazioni delle organizzazioni criminali, che ancora oggi riescono ad avere il predominio assoluto non solo in Sicilia, ma in molte parti d’Italia. Alcuni direbbero “ci vuole coraggio”, altri in maniera più decisa “follia” o “noncuranza della vita”. Per come la vediamo noi più semplicemente si tratta di abnegazione alla professione, di rispetto per sé stessi, per il prossimo e per le regole che reggono il vivere civile e la società.

Il suo nome è Rosario Livatino, un giudice di quelli che l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga definirà “ragazzini” freschi di scuola. Un eroe per quanto ci riguarda, il cui nome dovrebbe diventare simbolo per ciascuno di noi. Il suo assassinio avvenne il 21 settembre 1990: viadotto di Gasena della statale 640 Agrigento-Caltanissetta, Livatino viaggia sulla una Ford Fiesta senza la scorta; quella mattina deve processare le famiglie di un paesino della zona, Palma di Montechiaro. Non arriverà in procura: sulla strada lo aspettano quattro sicari che lo crivelleranno di colpi per conto della Stidda, la mafia locale rivale di Cosa nostra.

La “Stidda” come afferma Leonardo Messina, uno dei più importanti pentiti di Cosa Nostra, “è formata da gruppi di criminali entrati in conflitto con Cosa Nostra, tanto da rifiutare le figure carismatiche dei capi”. Siamo alla fine del 1985. Nella fascia meridionale della Sicilia, in particolare nella provincia di Agrigento, ed in perfetta sintonia con la crisi che stava attraversando Cosa Nostra, alcuni giovani che non vogliono più prendere ordini da nessuno decidono che è arrivato il momento di dare vita ad un’organizzazione criminale speculare e contrapposta alla mafia tradizionale: la Stidda. Fondata da Giuseppe Croce Benvenuto e Salvatore Calafato, quando ancora non avevano neanche 20 anni, ben presto si sarebbe imposta come la quinta mafia. Croce Benvenuto e Calafato sono due criminali di Palma di Montechiaro entrati in contrasto con Cosa Nostra e diventati all’inizio degli anni novanta collaboratori di giustizia.

Rosario Livatino nacque a Canicattì il 3 ottobre 1952, dal papà Vincenzo, laureato in legge e pensionato dell’esattoria comunale, e dalla mamma Rosalia Corbo. Rosario conseguì la laurea in Giurisprudenza all’Università di Palermo il 9 luglio 1975 a 22 anni col massimo dei voti e la lode. Il conseguimento della laurea, alla prima sessione utile, era solo la momentanea conclusione di una brillantissima carriera scolastica iniziata alla scuola elementare De Amicis, proseguita alla scuola media Verga e conclusa al Liceo Classico Ugo Foscolo di Canicattì sempre con voti e giudizi ottimi, compreso un lusinghiero “dieci” in matematica.

Giovanissimo entra nel mondo del lavoro vincendo il concorso per vicedirettore in prova presso la sede dell’Ufficio del Registro di Agrigento dove restò dal 1° dicembre 1977 al 17 luglio 1978. Nel frattempo però partecipa con successo al concorso in magistratura e superatolo lavora a Caltanissetta quale uditore giudiziario passando poi al Tribunale di Agrigento, dove per un decennio, dal 29 settembre ’79 al 20 agosto ’89, come Sostituto Procuratore della Repubblica, si occupò delle più delicate indagini antimafia, di criminalità comune ma anche (nell’85) di quella che poi negli anni ’90 sarebbe scoppiata come la “Tangentopoli siciliana”.

Fu proprio Rosario Livatino, assieme ad altri colleghi, ad interrogare per primo un ministro dello Stato. Dal 21 agosto ’89 al 21 settembre ’90 Rosario Livatino prestò servizio presso il Tribunale di Agrigento quale giudice a latere e della speciale sezione misure di prevenzione. Dell’attività professionale di Rosario Livatino sono pieni gli archivi del periodo non solo del Tribunale di Agrigento ma anche degli altri uffici gerarchicamente superiori.

Si sapeva che era un magistrato coraggioso e, dopo la sua morte, si è scoperto che era un cristiano serio. Nel vallone accanto alla superstrada, dov’era precipitato agonizzante per sfuggire ai killer, fu trovata accanto a lui la sua agenda di lavoro. Su di essa, nella prima pagina spiccava la sigla “STD”. Gli inquirenti pensarono a un messaggio cifrato per indicare il nome degli assassini, invece era una sigla che metteva nelle sue agende e anche nella sua tesi di laurea, che sta per Sub tutela Dei.

La sua è stata, come ha detto anche papa Francesco nell’udienza al Consiglio superiore della magistratura, nel 2014, «una testimonianza esemplare, fu un giudice leale alle istituzioni, aperto al dialogo, fermo e coraggioso nel difendere la giustizia e la dignità della persona umana».

Oggi Livatino è uno dei giudici simbolo della lotta alla criminalità organizzata, protagonista di film e fiction come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma – e questo può sorprendere – per lo stesso motivo è anche un martire della Chiesa cattolica, «martire della giustizia ed indirettamente della fede» avrebbe detto Giovanni Paolo II. Dal luglio 2011 la curia di Agrigento ha quindi avviato il processo di beatificazione. Molti vi hanno letto un segno, la condanna della Chiesa alla mafia, sulla scorta di quella verbale già pronunciata da Papa Wojtyla nel ’93.

Rimane ancora oscuro il “vero” contesto in cui è maturata la decisione di eliminare un giudice non influenzabile e corretto. Rosario Livatino è purtroppo solo la terza vittima innocente e illustre di Canicattì. Prima di lui, il 25 settembre 1988, stessa sorte toccò al presidente della Prima Sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo Antonino Saetta e al figlio Stefano trucidati in un agguato mafioso sempre sulla SS 640 AG-CL sul viadotto Giulfo mentre improvvisamente, senza scorta e con la sua auto, faceva rientro a Palermo dove abitava e lavorava. Per questo duplice omicidio, dopo quasi dieci anni, sono stati individuati e condannati con un unico processo i presunti mandanti ed esecutori superstiti.

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