ITALIA PERBENE

Saro Trovato

Mauro De Mauro, una vita al servizio della verità e del buon giornalismo

Mauro De Mauro, una vita al servizio della verità e del buon giornalismo

Una vita dedicata non solo all’informazione, ma alla scoperta della verità. Parliamo di Mauro De Mauro, giornalista italiano rapito da Cosa Nostra il 16 settembre 1970 e mai più ritrovato. Tra le varie ipotesi formulate sulle ragioni della sua sparizione figura anche quella relativa all’inchiesta sulla morte, secondo lui dovuta a omicidio e non a incidente, del presidente dell’Eni Mattei, una trama che si è intrecciata con altri affaire italiani quali il golpe Borghese.

 

Una persona che ha messo la sua vita al servizio della giustizia e della verità, la cui storia merita di non essere dimenticata. Mauro De Mauro è uno dei 2.007 giornalisti di tutto il mondo, uccisi per il lavoro che facevano, ricordati nel Journalist Memorial del Newseum di Washington, negli Stati Uniti. Anche la sua terra lo ha voluto ricordare: il 14 maggio 2013, nel giardino della memoria di Ciaculli, parco dedicato a tutti i caduti nella lotta contro la mafia, gli è stato dedicato un albero alla presenza del Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, della figlia Franca De Mauro, del procuratore della Repubblica di Palermo Francesco Messineo, del presidente della corte d’appello di Palermo, del presidente regionale dell’Ordine dei giornalisti Riccardo Arena.

 

Per ricordare la sua vita ed il mistero che avvolge la sua scomparsa, prendiamo in prestito, per gentile concessione dell’autore, alcune pagine del libro “I mille morti di Palermo” (Mondadori), l’opera scritta da Antonio Calabrò e che riporta la cronaca della prima guerra alla mafia, con le sue vittime, i suoi carnefici, i suoi eroi, in occasione del trentennale del maxiprocesso.

 

“È il 16 settembre 1970 quando sparisce Mauro De Mauro, inviato de «L’Ora», cronista di straordinario mestiere, curioso, intraprendente. L’ultima a vederlo è la figlia Franca, mentre posteggia sotto casa, in viale delle Magnolie, la sua Bmw e sale, strana cosa, su un’altra auto in mezzo a due persone. «Amunì» dice qualcuno, sbrigativamente, «andiamo». E via.

Dopo di allora, Mauro sarà in balia dei suoi sequestratori, dei suoi assassini. Chi sono? Non lo si saprà mai con certezza, dalle carte giudiziarie: tanti processi, anche recenti (l’ultima sentenza è della Corte di Cassazione, nel giugno 2015, che assolve Totò Riina «per non aver commesso il fatto»), nessun colpevole ufficialmente accertato. Restano agli atti, comunque, le parole di quattro pentiti. Il primo è don Masino Buscetta: «Il rapimento di De Mauro è stato effettuato da Cosa Nostra. De Mauro stava indagando sulla morte del presidente dell’Eni Enrico Mattei e aveva ottime fonti d’informazione all’interno di Cosa Nostra. Stefano Bontade venne a sapere che stava avvicinandosi troppo alla verità e di conseguenza al ruolo che egli stesso aveva giocato nell’attentato e organizzò il “prelevamento” del giornalista, incaricando dell’operazione il suo vice Girolamo Teresi».

Altri due pentiti, Antonino Calderone e Francesco Di Carlo, legano invece quella sparizione alle indagini di De Mauro sul «golpe Borghese» del dicembre 1970, un tentativo di colpo di Stato in cui Junio Valerio Borghese, ex comandante della X Mas fascista e uomo di punta dell’eversione «nera», aveva organizzato cercando di coinvolgere anche boss mafiosi (quelli dell’estrema destra erano gli ambienti da cui De Mauro proveniva, a cavallo tra la Repubblica di Salò e i primi anni del dopoguerra). E ancora Di Carlo e poi Francesco Marino Mannoia raccontano che il corpo di De Mauro venne prima sepolto nella vallata del fiume Oreto, per ordine di Stefano Bontade, e i suoi resti, poi, «sciolti nell’acido».

Testimonianze discordanti. E senza riscontri giudiziari definitivi. Chiaro solo il contesto: quello d’un giornalista che fa bene il suo lavoro, indaga su alcuni dei grandi misteri della storia italiana (di ricostruire le ultime ore trascorse da Mattei in Sicilia, prima dell’esplosione del suo aereo nei cieli di Bascapè, a sud di Milano, Mauro era stato incaricato dal regista Francesco Rosi, per il film sul presidente dell’Eni), non s’accontenta delle mezze verità ufficiali, cerca riscontri diretti.

E dunque intuisce i legami tra mafia, poteri economici e politici, faccendieri, pezzi torbidi delle istituzioni. Intollerabile pericolo, appunto, il buon giornalismo.”

 

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