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Andrea Licheri, l’ ”Angelo” di Vermicino che non vuole essere chiamato eroe

Andrea Licheri, l’ ”Angelo” di Vermicino che non vuole essere chiamato eroe

Il nome di Andrea Licheri alle nuove generazioni non dice nulla. Ma per chi ha vissuto l’incidente di Vermicino, avvenuto tra il 12 e il 13 giugno 1981, in cui perse la vita Alfredo Rampi detto Alfredino (nato a Roma l’11 aprile 1975), caduto in un pozzo artesiano in via Sant’Ireneo, in località Selvotta, una piccola frazione di campagna vicino a Frascati, situata lungo la via di Vermicino, che collega Roma sud a Frascati nord, la persona di Licheri merita ampio riconoscimento popolare e può essere annoverato tra la gente perbene d’Italia.

L’incidente di Vermicino fu un caso di grande cronaca nazionale, con la lunga diretta Rai durata ben 18 ore, entrata nella Storia della Televisione italiana e internazionale, che tenne incollati alla Tv milioni di italiani nella speranza che il piccolo Alfredino fosse tirato fuori da quel maledetto posto incustodito.

Ripercorrendo la cronaca del tempo, la sera di mercoledì 10 giugno 1981, il signor Ferdinando, in compagnia di due suoi amici e di Alfredo, uscì a fare una passeggiata nella campagna circostante. Venuta l’ora di tornare indietro, alle ore 19:20, Alfredo chiese al padre di poter continuare il cammino verso casa da solo. Il padre acconsentì, ma quando giunse a casa (attorno alle ore 20:00) scoprì che il bambino non era arrivato. Dopo circa mezz’ora, i genitori cominciarono a cercarlo nei dintorni: non trovando la minima traccia, alle 21:30 circa allertarono le forze dell’ordine.

La macchina dei soccorsi e la grande solidarietà dei volontari. Anche il Presidente Sandro Pertini partecipa.

Giunsero sul posto Polizia, Vigili urbani e Vigili del fuoco, oltre ad alcuni abitanti del posto, attratti dal viavai. Tutti insieme si unirono ai genitori nelle ricerche, che vennero portate avanti anche con l’ausilio di unità cinofile. La nonna Veja ipotizzò per prima che Alfredo fosse caduto in un pozzo profondo circa 80 metri, recentemente scavato in un terreno adiacente, ove si stava edificando una nuova abitazione; tale pozzo venne tuttavia trovato coperto da una lamiera tenuta ferma da sassi, senza che nulla lasciasse sospettare che qualcuno vi potesse essere caduto dentro.

Un agente di polizia, il brigadiere Giorgio Serranti, allorché venne a conoscenza dell’esistenza del suddetto pozzo, sebbene gli fosse stato detto che esso era coperto, pretese di ispezionarlo ugualmente: fatta rimuovere la lamiera, infilò la sua testa nell’imboccatura, riuscendo così a udire i flebili lamenti di Alfredo. Si scoprì poi che il proprietario del terreno soprastante aveva messo la lamiera sulla fessura alle ore 21:00, non immaginando minimamente che potesse esservi qualcuno dentro.

Alfredino era bloccato a 36 metri di profondità. Le operazioni di soccorso si rivelarono subito estremamente difficili: la voragine presentava infatti un’imboccatura larga 28 cm, una profondità complessiva di 80 metri e pareti irregolari, piene di sporgenze e rientranze. Diversi furono i tentativi di soccorso e immenso il lavoro dei vigili del fuoco, e delle altre forze dell’ordine e di una miriade di volontari che accorsero per dare il loro contributo. Sul posto arrivò anche il Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Dopo diverse trivellazioni viene creato un cunicolo orizzontale in comunicazione con il pozzo parallelo, a 34 metri di profondità. Tuttavia, si dovette prendere atto del fatto che Alfredino non era nelle vicinanze del foro appena aperto: probabilmente anche a causa delle vibrazioni causate dalla trivellazione, era scivolato molto più in basso. E nemmeno si sapeva di quanto.

L’ultimo tentativo grazie al coraggio degli speleologi Bernabei, Aprile, Caruso e Licheri.

A questo punto furono richiamati gli speleologi, e Tullio Bernabei, il caposquadra del soccorso speleologico del Club Alpino Italiano (CAI) fu calato nel secondo pozzo, si affacciò dal cunicolo orizzontale e calò una torcia legata ad una cimetta per calcolare almeno in termini di massima la posizione del bimbo, che risultò lontano circa una trentina di metri. In seguito si accertò che Alfredino si trovava a circa 60 metri dalla superficie.

L’unica possibilità rimasta era la discesa di qualche volontario lungo il pozzo artesiano, fino a quota -60 metri. Il primo fu lo speleologo Claudio Aprile, che si pensò di introdurre nel pozzo artesiano dal cunicolo orizzontale; tuttavia, l’apertura di comunicazione si rivelò troppo stretta per permettere di accedere da lì al pozzo artesiano, ed il giovane speleologo dovette desistere.

Il coraggio di Andrea Licheri.

Un coraggioso volontario di origine sarda, Angelo Licheri, piccolo di statura e molto magro, autista-facchino presso la tipografia romana “Quintini” di via di Donna Olimpia, si fece calare nel pozzo artesiano per tutti e 60 i metri di distanza dal bambino. Licheri, iniziata la discesa poco dopo la mezzanotte fra il 12 ed il 13 giugno, riuscì ad avvicinarsi al bambino, tentò di allacciargli l’imbracatura per tirarlo fuori dal pozzo, ma per ben tre volte l’imbracatura si aprì; tentò allora di prenderlo per le braccia, ma il bambino scivolò ancora più in profondità. Per di più, nell’effettuare il suo coraggioso tentativo, involontariamente gli spezzò anche il polso sinistro. In tutto, Licheri rimase a testa in giù ben 45 minuti, contro i 25 considerati soglia massima di sicurezza in quella posizione, ma dovette anch’egli tornare in superficie senza Alfredino.

Verso le 5:00 del mattino iniziò il tentativo di un altro speleologo, Donato Caruso. Anch’egli raggiunse il bambino e provò ad imbracarlo, ma le fettucce da contenzione psichiatrica che aveva usato, e che avrebbero dovuto assicurare una sorta di effetto cappio, scivolarono via al primo strattone. Caruso si fece ritirare su fino al cunicolo di collegamento, dove si fermò per riposare e poi ritentare. Dopo un poco, infatti, ridiscese. Effettuò altri tentativi con delle manette, metodo molto più rischioso anche per il soccorritore perché queste erano legate alla stessa sua corda di sicurezza. Alla fine, anche Caruso tornò in superficie senza esser riuscito nell’intento, riportando inoltre la notizia della probabile morte di Alfredino.

La vita dopo Vermicino dell’Angelo sardo.

Angelo Licheri nacque a Gavoi (Nuoro) il 28 agosto 1944 pesa solo 45 chili. Come racconta egli stesso in un’intervista rilasciata al giornalista Alessandro Dall’Orto per il quotidiano “Libero”, «Lavoravo a Roma, ero autista per una tipografia e avevo 37 anni, sposato con tre figli. La mattina dell’11 giugno devo consegnare dei pacchi e sento le segretarie che parlano di un bambino. “Che succede?”. Mi spiegano a grandi linee e poi parto. A metà tragitto faccio una sosta al bar e tutti i clienti raccontano di un certo Alfredino. Mi incuriosisco. Arrivo a casa e chiedo informazioni alla mia ex moglie, ma lei fa finta di nulla. Il giorno dopo tra radio, giornali e tv capisco cosa è successo, torno a casa verso le 19, mi spoglio e mi piazzo nudo davanti allo specchio: mi osservo di fronte, poi di profilo. E decido: devo andare. L’avesse saputo, mia moglie mi avrebbe legato in casa!! Ho dovuto mentire: “Cara, esco a comprare le sigarette e torno per cena…”. Ha scoperto tutto dalla tv quando era troppo tardi per fermarmi: ha riconosciuto la voce mentre ero nel pozzo»

Quando lo raggiunse, Alfredino era ancora vivo: «Rantolava, faceva haaaaa, haaaaa, era rannicchiato con le ginocchia incastrate davanti al corpo. Gli libero le mani, sussurro: “Alfredino, torna su con me che ti porto in Sardegna, ti faccio andare in barca e ti compro una bicicletta nuova”. Nel frattempo, in superficie, pensano sia morto anche io perché non rispondo più al microfono. Poi metto una specie di imbracatura sotto le ascelle e chiedo di tirare su. Lo strappo è troppo forte, si slega. Riprovo, stesso risultato. Allora lo prendo per le braccia. Niente. Provo per i polsi e sento crac, il braccino sinistro si rompe. Ultimo tentativo, la maglietta. Nulla, scivola. Capisco che non c’è altro da fare, sono stremato e chiedo di risalire. Guardo Alfredino, gli mando un bacio, scoppio a piangere e mi tirano su».

Un ricordo che non finirà mai.

L'angelo di VermicinoCome riporta in un’intervista rilasciata a “Il Messaggero” nel 2014, Licheri non è mai uscito da quel pozzo, ostaggio del ricordo di piccole dita sfiorate e poi sfuggite via. È tornato più volte in quel fazzoletto di terra a Vermicino che ha inghiottito Alfredino. «Volevo portare un fiore, ho visto solo rovi e immondizia».

Oggi, a quasi 72 anni, vive in una casa di cura a Nettuno. La vita e la società non gli hanno mai riconosciuto quel tributo. Ha vissuto in difficoltà non solo economica, malato di diabete gli hanno anche amputato la gamba. Fino a quando la casa di produzione Quadra film che ha realizzato il documentario “L’angelo di Alfredino” in collaborazione con il Centro Alfredo Rampi promuove da sempre una raccolta fondi per aiutarlo. Ed oggi anche un libro in cui il coraggioso speleologo si racconta in ‘L’angelo di Vermicino‘ (Edizioni Memori), con la prefazione di Walter Veltroni. “Spesso gli eroi più veri sono proprio quelli che fanno della ‘normalità’ la risorsa per compiere le azioni più grandi” scrive Veltroni di Licheri che ora vive in una casa di riposo a Nettuno. E lui continua a non voler essere chiamato eroe, come sottolinea nella sua intervista a “Il Messaggero”, «No, assolutamente, ma quale eroe: ho fatto solo il mio dovere, ero incollato alla televisione e ho sentito dentro una spinta irrefrenabile, sono dovuto partire da Roma. Avevo il fisico adatto per entrare in quel pozzo, avevo le spalle piccole e mi sono proposto ai soccorritori».

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Commenti
  • Nina

    Ottimo articolo! La questione della motivazione delle azioni descritte in una biografia secondo me sono anche ben esplicitate in questo blog: http://bit.ly/comeScrivere

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Un blog che vuole raccontare le gesta di quei piccoli o grandi eroi della storia d’Italia e/o della nostra società contemporanea, i quali con il loro sacrificio hanno contribuito a rivoluzionare il nostro Paese in modo positivo. Un blog che vuole dar voce e raccogliere tutte quelle iniziative, leggi, opere culturali, storiche e di stretta attualità, realizzate con un comune spirito: denunciare i soprusi e non accettare le malefatte dei potenti nei riguardi dei più deboli. Storie, azioni e personaggi che hanno contribuito, anche se molte volte senza una voluta strategia, a costruire il cambiamento e in ogni caso a sollecitare la coscienza sociale.

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